//IL RAPIDO CONFINE – di Carlo Delli

IL RAPIDO CONFINE – di Carlo Delli

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Cronache Di Cult

 

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Tijuana-La Paz: 1.600 chilometri di Baja California. Una sola strada, centinaia e centinaia di croci, tombe, lapidi, cappelle colorate, fantasiose, addobbate, come se la morte fosse… una festa!

Sole tropicale. Luci e ombre in fortissimo contrasto. Un confine netto e improvviso tra luce e ombra, tra velocità e immobilità, tra vita e morte.

Tutti sfrecciano velocissimi, ben oltre il limite, anche i mastodontici camion… e allora le croci diventano inutili, le croci aspettano altre croci…

Sento dire spesso che siamo una specie molto intelligente. Dicono che siamo superiori agli animali perché abbiamo le religioni, gli stupidi coyote non le hanno…

Carlo Delli

IL RAPIDO CONFINE

(i coyote non colorano il deserto)

di Carlo Delli




















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Presentazione di Attilio Lauria

Giunti all’ultima croce rispolverate il Seneca delle “Epistole morali a Lucilio”, provate ad interpretarloin senso inverso, ed ecco una prima chiave di lettura di questa storia di coyote & confini: “Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso?”. Ovvero, se c’è chi pratica il viaggio come evasione, per fuggire da se stesso almeno un po’, per Carlo Delli è una preziosa opportunità di riflessione dalla distanza di nuovi stimoli, che affida alla fotografia il compito di fissare gli spunti di un’erranza interiore. Da prolungamento genetico che identifica lo stereotipo stesso del turista, la macchina fotografica diviene così il medium di una percezione meditativa, rendendo immediatamente visibile un percorso culturale, diverso a seconda che si veda ciò che già si conosce, o ci si ponga dialetticamente con quanto ci circonda.

         Un approccio che al di là del valore linguistico o formale, rende la fotografia comunque un pretesto: in questo caso, per indagare il nostro rapporto con la morte. In particolare, con la sua forma improvvisa e violenta: soggetti di questa serie di foto sono infatti le edicole funerarie della “mala morte”, quella per incidente, che simili a pietre miliari punteggiano le strade messicane, come questa percorsa da Carlo Delli per 1.600 chilometri fra Tijuana e La Paz. Una delle strade della vacanza dove la morte non va in vacanza, sebbene sia “strano / poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”, proprio lì e proprio quel giorno, come in quella canzone generazionale che Carlo cita nelle immagini della strada che corre “lunga e diritta”1.

         Coloratissime e zeppe di oggetti, in bilico fra sacro e profano, sono così tragicamente onnipresenti da disegnare una mappa alternativa del territorio attraverso cui ci si potrebbe persino orientare: l’incrocio 200mt dopo l’animitas di Juan, il motel di fronte l’animitas col sombrero e così via. Già, perché è questo il nome con cui i piccoli tempietti sono conosciuti in tutto il Sudamerica, “animitas”, piccole anime, una definizione che racchiude già tutta la distanza con la nostra cultura occidentale. Che è poi l’oggetto della riflessione di Carlo, che trova espressione in una fotografia relazionale dalla forte connotazione umanista.

         Definita impietosamente “liquida”2, preoccupata di inseguire modelli effimeri come l’ossessione estetica di una gioventù ad oltranza, la società contemporanea occidentale ha reso il tema della morte un tabù di cui è difficile parlare, improntando il senso del vivere a quel medesimo mantra fotografico dell’hic et nunc. Una società per molti versi analgesica, che in questo grande rimosso sembra somigliare al palazzo eretto dal padre per Gautama Buddha, luogo dal quale era bandito ogni segno di sofferenza o di corruzione del corpo, e che fa scrivere ironicamente a Baudrillard che “al giorno d’oggi non è normale essere morti (…). Essere morti è un’anomalia impensabile, rispetto alla quale tutte le altre sono inoffensive. La morte è una delinquenza, una devianza incurabile”3.

         Di un diverso rapporto con la morte, decisamente più sereno, ci parlano invece le animitas ritratte da Carlo, espressione di quella capacità di conciliazione della vita e la morte della cultura messicana, che da sempre affascina studiosi e intellettuali. Un rapporto che molto deve anche all’arte, la cui insistita allegoria della morte ha contribuito a renderne viva e familiare la presenza, favorendo quel dialogo sociale rappresentato dagli oggetti che affollano le animitas.

         Fiori, candele e fotografie, com’è uso aspettarsi, ma anche quei più disparati oggetti colti dalle visioni laterali di Carlo, dei quali è pressoché impossibile tentare una decodifica: se alcuni sono legati alla vicenda tragica che ricordano, da una targa a un parabrezza frantumato, altri esprimono la volontà di tenere viva la relazione con il defunto. Feticci, che per questa loro funzione ricordano i “linking objects”4 di Vamik Volkan, ai quali spesso si mescolano dei veri e propri ex-voto, rivelando la natura complessa di questi cenotafi: sebbene le spoglie delle “vittime del destino” siano sepolte lontano, nei cimiteri, la pietas popolare vuole che le anime si aggirino ancora nei luoghi in cui hanno perso la vita. Ecco perché talvolta diventano luoghi di venerazione popolare, assumendo un’ulteriore funzione apotropaica.

         Ma indipendentemente dal senso antropologico c’è comunque una dimensione estetica delle animitas, che pur risultando da un aggregato di funzioni diverse, non corrisponde al semplice stratificarsi del contributo parziale di ciascuna. Ed è quanto sottolineato dal lavoro di Carlo Delli, che nella serialità della raccolta tematica ne enfatizza la dimensione installativa, conferendole il senso di un’opera collettiva a cielo aperto ispirata al perdurare della traccia. C’è infatti una relazione metaforica fra la durabilità degli oggetti raccolti nelle animitas, la cui natura è fondamentalmente quella del memoriale, e la labilità della memoria stessa: come quegli oggetti, che esposti alle intemperie sono destinati a disfarsi in un tempo limitato, cosa rimane di noi e della nostra identità dopo la morte? Nel tempo, che agisce su di noi con le medesime dinamiche di quelle intemperie, i ricordi e i volti stessi delle persone diventano tracce dai contorni sempre più sfocati, affidando a noi il dovere della testimonianza: “Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”5, scrive un’altra sudamericana, che in memoria della figlia ha eretto un libro a monumento.

E a giudicare dalla proliferazione anche alle nostre latitudini di cimiteri stradali diffusi, se non una confidenza con la morte, è la necessarietà della memoria, il post mortem, a ricongiungere le due culture: la nostra Spoon River è certamente meno colorata e imprevedibile, ma anche qui gli oggetti raccontano delle passioni e degli affetti delle persone defunte, chiamando a raccolta la comunità di quanti restano nel tentativo di allontanare l’oblio.

         Dunque “Il rapido confine” si propone come una riflessione antropologica su come ciascuna società plasmi le proprie forme simboliche, e insieme filosofica sulle declinazioni del concetto di confine, coniugandosi con una ricerca estetica che passa per quelle visioni oblique che consentono a Delli di sfuggire da una frontalità documentaria. Senza mancare di affidarci un’amara notazione personale: al di là di ogni declinazione, intorno a questi moniti si continua incuranti a sfrecciare.Dev’essere proprio vero, i coyote non colorano il deserto!

Attilio Lauria, dicembre 2018

Francesco Guccini, “Canzone per un’amica”, 1967
Zygmunt Bauman, “Modernità liquida”, 1999
Concetto ripreso recentemente anche dall’Arcivescovo Vincenzo Paglia, che in un’intervista di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 4 dicembre 2018 riconosce che: “La morte è uno scandalo. Una domanda che cerchiamo di nascondere. Non vogliamo pensarci, tanto che ci auguriamo di morire all’improvviso, nel sonno, senza prepararci. Anche nella predicazione cristiana si assiste a un occultamento delle cose ultime. Non affrontiamo il tema, o lo facciamo con parole incomprensibili, un gergo clericale scontato e superficiale che non parla più né alla mente né al cuore.”
Vamik Volkan, “Oggetti di collegamento”, 1972
Isabel Allende, “Paula”, 1995

N.B.
Di questo lavoro è disponibile per Circoli e Associazioni una mostra di 24 stampe con cornice 65×50.

Fonte: Agorà di Cult