//IPERCONNESSIONE_2: La solitudine collettiva – di Gabriele Bartoli

IPERCONNESSIONE_2: La solitudine collettiva – di Gabriele Bartoli

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Iperconnessione_2: La solitudine collettiva

di Gabriele Bartoli

Serie dei “Paragoni possibili”

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La citazione di Godfried Bogaard: “In passato eri quello che possedevi. Adesso sei quello che  pubblichi sui social” sembra acquisire ogni giorno più forza. Come già affermato nel percedente post, secondo alcuni il web 2.0 incoraggia lo sviluppo della cultura narcisistica attraverso l’esibizione di identità digitali seducenti e molto spesso fittizie.L’uomo non è più concentrato sul costruirsi per com’è davvero, ma per convincere gli altri a credere chi finge di essere.” (Cantelmi, 2013). L’iperconnessione caratterizzante il “narcisismo digitale” ha portato alla nascita di nuovi “disturbi” in qualche maniera legati ad esso, ma non ancora ufficialmente riconosciuti . Tra queste “patologie”, se proprio così le vogliamo chiamare, le più note sono F.O.M.O (Fear Of Missing Out) e Nomofobia.

L’acronimo F.O.M.O, dall’inglese “Fear of missing out” ovvero “Paura di essere tagliati fuori” è quella sensazione di agitazione, pentimento e invidia che, precisa Turkle (2012), “crea un turbinio emozionale e un risentimento verso noi stessi o gli altri, insoddisfazione, ansia e sentimento di incapacità quando ci rendiamo conto di non essere come e dove vorremmo.”

La paura di perdersi qualcosa di interessante costringe i “malati” di F.O.M.O a stare costantemente collegati allo smartphone controllando i loro account Facebook, Instagram o gli aggiornamenti degli stati dei propri contatti presenti su Whatsapp. Chi è “afflitto” da F.O.M.O cade in un circolo vizioso senza rendersene conto: egli cerca di riempire la solitudine che prova attraverso i social che solo apparentemente gli danno compagnia, facendolo cadere invece in un senso di solitudine ancora maggiore che cerca di colmare sempre attraverso i social.
La Nomofobia è ancora scarsamente indagata e ancora troppo poco definita. La comparsa di questo nuovo vocabolo risale per la prima volta in Gran Bretagna, la cui etimologia deriva dalla contrazione di “no-mobilephobia”, è un neologismo che si riferisce all’eccessiva paura/terrore di rimanere senza telefono o senza connessione ad internet o al 4G.; in occasione di un sondaggio organizzato da un organismo di ricerca, era emerso che oltre la metà degli utenti di telefonia mobile tendeva a manifestare stati d’ansia quando era a corto di batteria, credito o copertura di segnale. La ricerca evidenziava inoltre che il 60% dei teen ager andavano letteralmente a letto in compagnia del telefono.

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DISCONNECTING CONNECTION

di AL LAPKOVSKY

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L’eccellente lavoro di post produzione ha reso il progetto DISCONNETING CONNECTION del fotografo lettone Al Lapkovsky un’opera decisamente creativa e chiaramente leggibile. Le scene ricreate nella quiete domestica concretizzano scene di ordinaria quotidianità in cui i soggetti protagonisti, che siano famiglie, adulti, o ancor peggio bambini, sono assolutamente concentrati con i loro smartphone piuttosto che parlare, socializzare o giocare tra di loro.

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Come dice l’autore: “Stiamo scomparendo, cessiamo di esistere, periamo. Non possiamo immaginare le nostre vite senza le schermate blu. Siamo bombardati da notizie, aggiornamenti e stati. Abbiamo migliaia di amici eppure siamo soli. Siamo semi-trasparenti, persi nella luce blu di informazioni inutili e un falso sentimento di appartenenza.”

L’obiettivo principale di questo progetto è di illustrare come continuiamo a disconnetterci dalla realtà che ci circonda e ad impegnarci in qualcosa che forse è reale ma non così importante e rilevante in questo momento; così semplicemente per abitudine scegliamo sempre più spesso di guardare lo schermo invece di guardarci intorno, di scrivere a qualcuno invece di parlare con una persona seduta di fronte a noi; così la nostra mente diventa globale, nel senso che possiamo intrattenere una conversazione con persone che conosciamo a malapena e allo stesso tempo ignorare qualcuno molto vicino e reale.

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Lo sguardo triste della bambina con il suo orsacchiotto che ci guarda mentre tutti gli altri bimbi sono maggiormente attratti dai loro smartphone; una cena romantica, il braccio che mollemente si inclina per un brindisi, la lettura della favola della buonanotte lasciato in gestione ai figli, non accorgersi della seduzione della compagna perché maggiormente attratti dal proprio cellulare. 

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Immagini disturbanti, per certi versi sicuramente estreme ma alle quali tranquillamente apparteniamo, appositamente ideate per sottolineare come la fiction mostri ancor meglio della realtà le relazioni social all’interno del nostro privato.

Chi di noi non si riconosce in una o alcune di queste situazioni?
Chi è senza peccato scagli la prima pietra, prego accomodatevi!

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Bibliografia: www.begemfoto.com

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REMOVED

ERIK PICKERSGILL

 

Il fotografo americano Erick Pickersgill ha fotografato la nostra quotidianità rimuovendo dall’immagine i cellulari e i tablet. «È la narrazione di ciò che rimane, mani vuote ed espressioni spente.Le stesse che probabilmente indossiamo durante l’intera giornata, nonostante chi o cosa abbiamo intorno».

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Osservando le sue fotografie dovrebbe nascere un certo disagio nel vedere individui che stanno insieme eppure sono ciascuno in un mondo a sé. Ma non è neppure detto che ci si accorga di cosa rappresentino gli scatti di Pickersgill; infatti un altro elemento del comportamento indotto dall’uso della tecnologia è la velocità con cui scorriamo le immagini. È capitato dunque che alcune persone osservassero le foto della raccolta Removed così velocemente da non accorgersi dell’assenza degli smartphone e non capissero il senso delle foto.

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Chi invece osserva con cura gli scatti, non può non porsi delle domande quantomeno scomode sulle proprie consuetudini e sulla solitudine tangibile che evidenziano. Gli sguardi divergenti di una coppia appena sposata, è ciò che disturba e fa salire l’amaro in bocca. Se ci fossero i cellulari nelle mani di entrambi, la foto non darebbe affatto fastidio; penseremmo a quello che facciamo sempre, condividere un momento importante proprio mentre lo viviamo. L’assenza dello strumento fa esplodere l’evidenza che la connessione virtuale ci fa risultare totalmente distaccati dal mondo reale.

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Ma il lavoro di Pickersgill è qualcosa più che una semplice provocazione. Per spiegarlo, l’autore ha usato una metafora legata a suo nonno, anche lui fotografo negli anni ’50: “se guardiamo gli scatti di famiglia in bianco e nero di 60 o 70 anni fa, vediamo volti tirati, sorrisi poco spontanei, pose forzate. La gente non era abituata alla macchina fotografica, cioé pur posando per le foto non aveva preso consapevolezza del mezzo e delle possibilità. Oggi siamo nell’era dei selfie, stare davanti a un obiettivo è un gesto di quotidiana routine: sappiamo risultare spontanei, l’obiettivo è una presenza “amica”, cerchiamo le pose più ammiccanti.”

Il tempo ha permesso alle varie generazioni di adattare il comportamento di fronte alla macchina fotografica via via che la consapevolezza del mezzo cresceva. La tecnologia degli smartphone è con noi da più di un decennio circa, sappiamo usarli, ma non tutti sono consapevoli del cambiamento di comportamento che questa tecnologia ci impone. Il nostro atteggiamento è ancora “primitivo”, come quello di chi stava di fronte all’obiettivo 60 anni fa?

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Bibliografia: www.ericpickersgill.com

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LIBERE CONCLUSIONI

Questi due lavori si possono paragonare mettendo in evidenza le tante differenze stilistiche e formali: due modi di operare opposti per mostrare la stessa idea, anche se sicuramente quello di Lapkovsky è molto più avvincente e penetrante nel nostro immaginario. Cosa ci riserverà il futuro non è dato saperlo, con l’approssimarsi della tecnologia 5G certamente si compirà un nuovo salto di prestazioni; l’utilizzo consapevole di questi strumenti non potrà che allargare ulteriormente le nostre possibilità, e questo è un dato sicuramente positivo.

Fonte: Agorà di Cult