//“L’infinito istante” di Geoff Dyer; prima parte – a cura di Antonio Desideri

“L’infinito istante” di Geoff Dyer; prima parte – a cura di Antonio Desideri

 

 

Recensioni Di Cult

 

 

 

 

Prologo

Campo d’indagine vastissimo, e secondo me fondamentale, quello del rapporto tra fotografia e parola. Un rapporto talmente discusso che spesso rischia di sfuggire via ed essere liquidato come ininfluente, soprattutto quando ci lasciamo affascinare da affermazioni magari efficaci, lapidarie ma non fortunatissime in questo senso.

Mi riferisco, una tra le tante, alla famigerata frase di Ansel Adams “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se devi spiegarla non è venuta bene”: se una frase del genere poteva avere un senso nella carriera di un mostro sacro come l’americano, ho l’impressione che spesso venga usata da noi altri, oggi, come una specie di mantra che ci allontana sempre più dal suo senso originario. Si finisce per nascondervisi dietro, come una excusatio non petita per la nostra stessa incapacità di utilizzare la parola e il pensiero che la organizza e la produce.

Una fotografia può aver necessità di essere spiegata o meno, non è questo il punto; di certo, la fotografia può essere raccontata.

E’ quello che fa, in uno splendido testo pubblicato in Italia da Einaudi, lo scrittore Geoff Dyer che in L’infinito istante prova, lui che dichiara apertamente di non possedere nemmeno una macchina fotografica, ad affrontare la fotografia con gli strumenti che gli sono propri: le parole.

Pur avendo come sottotitolo Saggio sulla fotografia, il testo si snoda come un grande romanzo che ci accompagna attraverso generi, vicende storiografiche, immagini e biografie come se fossero tutti tasselli di un discorso ampio. Non si tratta infatti di un volume di storia, non è un manuale tecnico, non ci sono (o almeno non soltanto) aneddoti ad uso e consumo dell’appassionato; quello di Dyer è un vero e proprio viaggio e quando si viaggia accanto alle immagini (che pure ci sono e sono tante) c’è sempre un posto importante per la “narrazione”.

La sua abilità sta proprio in questo: imbastire quel lungo filo che, per forza di cose, unisce vicende che attraversano il tempo e le geografie, fotografi ed opere che non si sono mai incontrati e che pure, secondo l’autore, possono dialogare in maniera sublime proprio grazie alla capacità narrativa, al dialogo che ognuno di noi tenta di continuo con la propria storia e quella più generale del mondo.

Tanti sono i percorsi, lo si sarà capito, che un approccio del genere può produrre e tante sono le sorprese che possono trovarsi in una narrazione che si fa così distesa, quasi discorsiva tra chi scrive e chi legge. Ne ho scelti due che trovo piuttosto indicativi della capacità che possono avere appunto le parole di costruire un senso laddove sembrava non esserci.

 

 

 

§

Il primo si ispira a Richard Avedon che disse una volta “Cosa puoi fare con un cappello…”; da qui Dyer problematizza con grande maestria l’utilizzo di un semplice accessorio e ne fa scaturire una sua visione del realismo fotografico. Partendo dall’assunto che non ci sono rigidità nel suo metodo, è davvero interessante seguire la storia della Grande Depressione americana degli anni ’30 attraverso questo simbolo, interamente determinato dal racconto. Il percorso si apre con questa fotografia di Dorothea Lange (White Angel Bread Line, San Francisco, 1933)

 

Dorothea Lange – White Angel Bread Line, Sn Francisco., 1933

 

che serve da binocolo per avvicinare noi osservatori alla visione di quella che lui definisce “la personalizzazione del costo umano di forze economiche senza volto”. Che venga utilizzato come segno per differenziare l’anonimo (o il più bisognoso, nel caso di questa immagine) dalla massa oppure che serva a

 

nascondere l’assurdità beckettiana dell’attesa (sempre Lange, Man beside Wheelbarrow, 1934) o, ancora, che sia lo strumento di sopravvivenza quotidiana di un uomo cieco costretto all’elemosina (John Vachon, Blind

 

 

Beggar, Washington DC, novembre 1937), per giunta sotto il cartello di una banca, Dyer ci fa riflettere su come gli oggetti che troviamo nelle immagini possono non essere semplici “aggettivi” o complementi di un discorso qualsiasi ma si rivelano invece il segno preciso di un referente, di una storia che, proprio grazie ad essi, acquista un senso nuovo arricchendosi di possibilità. Non ci troviamo più di fronte a documenti di un tempo passato e ormai immobile nella sua distanza ma siamo anzi al cospetto di vari modi della condizione umana, con l’immagine che ci chiama come soggetti e ci identifica non soltanto come osservatori neutri ma come compartecipi di una vicenda comune. Per Dyer, sono le condizioni materiali a renderci simili, uomo all’uomo. L’epilogo della vicenda, se così vogliamo esprimerci, l’autore lo vede in questa Senza titolo degli

 

 

anni Cinquanta di Garry Winogrand dove il cappello segna la sua separazione simbolica da colui che lo indossa, si definisce come oggetto eccentrico dell’immagine e come termometro di un tempo ormai “raffreddatosi”: qui non siamo più in Furore di Steinbeck, romanzo al quale l’analisi dyersiana deve a mio avviso moltissimo, perché il cappello torna ad essere più vicino all’accessorio della fotografia glamour che non alla necessità simbiotica e identitaria dei decenni precedenti.

Antonio Desideri

 

 

Fonte: Agorà di Cult