//Paesaggi di Sole – di Daniela Sidari

Paesaggi di Sole – di Daniela Sidari

Cronache Di Cult

 

 

 

Paesaggi di Sole – di Daniela Sidari

Mostra esposta alla Galleria FIAF LE GRU, Valverde (CT)

 

SOLARGRAPHY

La Solarigrafia è una fotografia a lunghissima esposizione la cui particolarità è mostrare le tracce del sole al suo passaggio nel cielo. Tale tecnica fu inventata nel 1999 da Slawomir Decyk, Pawel Kula e Diego Lopez Calvin. Fu allora che queste straordinarie immagini furono viste per la prima volta quando il loro progetto Solaris le pubblicò su Internet.

È una fotografia non convenzionale scattata con una macchina fotografica a foro stenopeico con al suo interno carta fotosensibile bianco e nero. La camera fotografica, auto costruita, (lattina di alluminio, plastica, …) deve essere realizzata a tenuta di luce e ben coibentata alle intemperie meteorologiche in quanto sarà lasciata all’aperto per un lungo periodo di tempo: giorni, settimane o mesi. La luce penetrando attraverso il foro stenopeico espone la carta fotosensibile per un tempo così lungo che l’immagine viene rivelata direttamente senza l’uso di ulteriori trattamenti chimici. La solarigrafia è una fotografia a tutti gli effetti, quindi oltre a catturare le linee del sole, mostra gli elementi statici nel tempo e se l’esposizione dell’immagine ha una durata relativamente breve è anche possibile che si creino delle immagini fantasma. Il sole invece lascerà le sue tracce tante o poche in base alla durata dell’esposizione, esse saranno molto luminose ma è possibile che si verifichino linee totalmente o parzialmente scure quando il sole è oscurato dalle nuvole o vi è tempo piovoso.

Non si può decidere casualmente quando e come fare una Solarigrafia:

– Si deve usare una bussola per conoscere il tragitto solare per il periodo di esposizione scelto ed orientare la camera secondo i punti cardinali utili. Il sole sorge ad est e tramonta ad ovest solo negli equinozi, il resto dell’anno sorge in un luogo vicino ad est e tramonta in un luogo vicino ad ovest; raggiunge la sua posizione più alta nel cielo durante il solstizio d’estate (20 o 21 giugno) e quella più bassa durante il solstizio d’inverno (21 o 22 dicembre). La durata massima di esposizione è di 6 mesi (solstizio-solstizio o equinozio-equinozio), dopo tale durata il sole inizia a ripercorrere lo stesso tracciato (in senso inverso) e le linee si sovrappongono.

– Si deve imparare a conoscere la propria camera (gestire le deformazioni) ed a capire l’ampiezza dell’angolo di ripresa, azioni fondamentali per poter comporre l’inquadratura voluta. È il fotografo a scegliere l’inquadratura poi la camera fotografica vivrà una vita propria (non gestibile), subirà pioggia, sarà soggetta a cambiamenti di umidità all’interno, potrà entrare acqua dal foro stenopeico, potranno impressionarsi goccioline di condensa, si potranno formare delle muffe sulla superficie della carta sensibile; e questo potrà arricchire lo scatto fotografico.

– Le camere fotografiche devono essere posizionare protette da sguardi indiscreti (capita abbastanza spesso che vengano vandalizzate, staccate, sparate ecc…) e fissate molto saldamente per evitare che si muovano, usando sigilli, nastro o sigillante.

La Solarigrafia combina fotografia analogica e digitale. La carta sensibile quando esce dalla fotocamera è un negativo e va immediatamente scansionata ad una buona risoluzione poiché l’originale è ancora sensibile alla luce ed inevitabilmente, non potendo essere stabilizzato, annerirà nel tempo. L’immagine digitalizzata viene successivamente elaborata con programmi di fotoritocco: va invertita orizzontalmente, vanno invertiti i colori per ottenere l’immagine positiva e va postprodotta per poter portar fuori i colori latenti nella carta bianco e nero.

Il dispositivo e il concetto.

Ho posizionato 101 lattine in 5 anni, ritrovate circa la metà, posizionate in Calabria in provincia di Reggio Calabria, in Sicilia in provincia di Catania, in Puglia in provincia di Taranto e Bari. Come camera ho utilizzato una lattina di Coca Cola con foro stenopeico brutalmente fatto con un semplice spillo e con dentro carta sensibile bianco nero.

Tutto mi ha affascinato: la preparazione di una camera; lo scegliere con la bussola l’orientamento; l’abituarsi a “vedere” come la lattina prevedendone le deformazioni ed ancora le tempistiche di attesa, così lunghe da sembrare anacronistiche in quella che è considerata l’era della velocità; la necessità di far finta di dimenticarsi della camera posizionata (altrimenti si andrebbe a controllarla continuamente), essa deve vivere la propria vita; il rimanere sempre col dubbio di ritrovarla o meno; la gioia di ritrovarla o la delusione di non trovarla …. E il ritentare di nuovo.

Ho voluto porre 2 paletti alla mia ricerca, importanti per me:

1) Il fotografo sono io e io scatto la foto. Quindi io attacco la lattina ed apro il foro, io vado a staccare la lattina e chiudo il foro. Nessun altra persona lo deve fare al mio posto.

2) Il fotografo sono io e io faccio l’inquadratura. Quindi mi devo sforzare di fare quella che ritengo essere la mia inquadratura esteticamente valida come con gli altri mezzi fotografici (sarebbe banale ed estremamente semplice catturare semplicemente il sole o a tavolino fare un crop all’immagine). Per tale motivo il fotogramma non è ritagliato, la foto è con proporzioni identiche alla carta inserita nella lattina. E così è stato.

Paesaggi di sole

di Daniela Sidari 

Galleria

























 

Recensioni dell’opera.

UN CONCETTUALISMO LIRICO

La fotografia è scienza e può esistere anche senza fotocamera, con l’otturatore che congeli l’attimo e un mirino che definisca con precisione il campo di ripresa. Daniela Sidari ci dimostra che la fotografia può essere praticata efficacemente con l’essenziale delle sue strumentazioni archetipe, in modalità Solargrafia: una piccola camera oscura dotata al centro di una parete di un piccolo foro; oltre al materiale sensibile, steso sulla parete opposta a quella del foro, che registra i raggi luminosi che vi entrano. Fin dai primordi l’immagine tecnica si è presentata con una misteriosa capacità rivelatrice, potentissima nell’alimentare il desiderio di sperimentazione volta alla scoperta del mondo, oltre la percezione umana. L’autrice, con una rigorosa presentazione scientifica della sua sperimentazione, legittima la poetica concettuale che anima “Solargraphy”, perché queste immagini sono “previsualizzate” con dei concetti. Le immagini negative appaiono magicamente solo dopo aver realizzato un lungo processo creativo: la costruzione della scatola stenopeica (un barattolo con un piccolo foro); la scelta del soggetto; la scelta decisiva del punto di ripresa. Solo la conoscenza del percorso del sole, posto in relazione di senso con le cose poste nel campo di ripresa, ha consentito all’autrice di ottenere, dopo la postproduzione digitale, un “paesaggio tecnico” perché non visibile dall’occhio umano.

Guardando queste immagini rimaniamo colpiti dalla loro capacità di formulare un “pensiero visivo” attraverso la coerenza che le ha generate. Il significato che esse comunicano è di natura metaforica nel dare all’immaginazione del lettore elementi, artificiali e naturali, sufficienti per condividere l’emozione dell’autrice nella scoperta dell’Ignoto che è la vera “anima” di queste immagini. Esso viene generato col mutamento del fattore di scala temporale che dall’istante passa ad un tempo lunghissimo, anche di mesi.

Il significante, prodotto dalla sperimentazione Solargrafica di Daniela Sidari, presenta una visione del mondo che non appartiene alla percezione umana ma che ha piena legittimità d’appartenenza al reale. È proprio in questa concreta rivelazione artistica che dobbiamo leggere l’opera entrando nello spaesamento che ogni “esposizione” ci racconta. Le immagini sono ossimori di un “concettualismo lirico”: la statica delle cose, naturali e artificiali, rimanda al “tempo sospeso” che ci apre a un sentire metafisico del rapporto col mondo terreno; mentre i flussi luminosi tracciati dal sole ci riportano alla realtà del tempo che scorre, e con esso il pulsare della nostra vita al di là di ogni nostra volontà. E così… sentiamo l’Ignoto che ci pervade e ci sovrasta.

Silvano BICOCCHI (Direttore del Dipartimento Cultura FIAF)

“PAZIENZA E OSTINAZIONE”

A pagina trentanove del suo saggio“Le idee della fotografia. La riflessione teorica dagli anni Sessanta a oggi”, Claudio Marra, Professore ordinario di Storia della fotografia presso l’Università di Bologna, riprende una considerazione enunciata dal noto Sociologo Franco Ferrarotti «La virtù del fotografo è la pazienza unita all’ostinazione. Occorre saper attendere, ma anche colpire giusto nel momento giusto, senza esitazione, come un cacciatore di razza.» Pazienza e ostinazione, due qualità che certamente non devono essere mancate a Daniela Sidari nella realizzazione del suo progetto di Solarigrafia “Paesaggi di sole”. Centosettant’otto giorni (praticamente mezzo anno) per… scattare una fotografia, è un lasso di tempo interminabile. Non so se Joseph Nicéphore Niépce che, per la prima Eliografia della storia, si accontentò di “appena” otto ore di esposizione, avrebbe pazientato altrettanto. Nondimeno, la sensazione di magica attrattiva emanata dalle immagini di Daniela giustifica la lunga attesa. La sua è la fotografia dello scorrere del tempo. La Solarigrafia non lo rincorre, il tempo; lo brama e lo attende, ostinatamente, con infinita pazienza.

Fulvio MERLAK (Presidente d’Onore FIAF – Docente FIAF)

DI LUCE E DI ABBAGLIO

La realtà è complessa, mobile, stratificata: in altre parole fotograficamente essa non è rappresentabile se non per tagli, interpretazioni, metafore. Il tempo aggiunge una quarta dimensione che rende irriconoscibile l’evidenza, la stralcia dall’osservazione scientifica e la posiziona nel campo della percezione. Queste immagini si muovono e fluttuano nel campo della coscienza profonda, mettendo in crisi la conoscenza: la realtà sensibile ha una sua vita autonoma, esiste fuori dagli schemi della rappresentazione, sfugge, ci inganna. E il sole è una cometa che lavora di luce e di abbaglio. A queste immagini voglio abbandonarmi per sentire una realtà non visibile all’occhio, affacciandomi a un’onda che, invece di portarmi in quel passato dal quale è stata prelevata, mi spinge con forza verso il futuro.

Cristina PAGLIONICO (Direttore responsabile di FOTOIT – Docente FIAF)

RIMASUGLI DI SOLE …

Nell’adolescenza di Franca ritrovo questo suo verso: “Rimasugli di sole si spezzano sul muro”.

Mia moglie, forse, intendeva trattenere le ultime luci del giorno che, da profonde e forti, erano ormai, sopravvissute, “rimaste”, per corrompersi tra le forme di una parete, tra le sue ombre? Di certo, in quelle parole, c’era l’intimo desiderio di raccogliere il misterioso dinamismo di qualcosa che si era reso chiaro e manifesto e ora intendeva ritornare nella dimora dello sguardo, là dove basta una traccia, un’ombra, un riverbero, un bagliore per riflettere su ciò che è stato.

Sulle pareti di scatole misteriose, di lattine ingegnosamente predisposte anche Daniela lascia che il tempo – quello che chiamiamo krònos, kàiros, aiòn, non importa – attraversando un buco, depositi la sua presenza. In effetti, a lasciare la sua presenza è la luce; ma nella fotografia stenopeica abbiamo la prova che l’essere e il tempo coincidono e che quasi camminando a braccetto, si siano recati – e si siano fermati – là dove Daniela li attendeva.

Pippo PAPPALARDO (Critico fotografico – Docente FIAF)

“PAESAGGI DI SOLE” … DOPO UNA DOLCE E PIACEVOLE ATTESA

Un’affascinante “sfida”, quella di Daniela Sidari, che ha richiesto tempo ed esperienza, intuizione e pazienza, oltre al rallentamento dei ritmi accelerati di un’epoca votata al mito della velocità, per far riemergere dalle ombre della camera oscura le origini della fotografia. Un viaggio senza tempo, tra tecnica e sperimentazione, all’interno di semplici vuoti a perdere (lattine di alluminio e/o di plastica) predisposti di foro stenopeico per catturare la luce e proiettarla (al loro interno) su semplici fogli di carta fotosensibile bianco&nero (calotipia).

“Paesaggi di sole” è un progetto fotografico che si distingue per l’insolita volontà di rimanere in contatto con i propri soggetti per un intervallo temporale estremamente dilatato, tale da accumulare pensieri, sensazioni, odori, colori e fremiti unitamente all’immagine latente. Senza sofisticate attrezzature fotografiche, senza le particolari impostazioni che abbondano nelle moderne fotocamere, Daniela ha inquadrato e lungamente atteso affinché la luce creasse il risultato voluto sul supporto sensibile. Così facendo Daniela ha liberato la fotografia da qualsiasi orpello tecnico, è ritornata all’essenza, a quella fotografia intesa come mezzo e non come fine, per ottenere delle rare atmosfere dal sapore onirico, divagazioni spaziali dalle prospettive infinite, per donarci degli insoliti giochi di luce e di forma dove il soggetto si rivela a noi solo dopo una dolce e piacevole attesa.

Prof. Giancarlo TORRESANI

Fonte: Agorà di Cult