//PARAGONI POSSIBILI_02 – a cura di Gabriele Bartoli

PARAGONI POSSIBILI_02 – a cura di Gabriele Bartoli

 

 

 

 

 

 

 

PARAGONI POSSIBILI_02 /
UTILIZZARE LO SPAZIO:

Rafael Arno Minkkinen e Liu Bolin
– a cura di Gabriele Bartoli

Rafael Arno Minkkinen è un fotografo finlandese nato a Helsinki nel 1945, ma ormai americano d’adozione. Ha cominciato a fotografare il suo corpo nel 1970 e da allora è sempre rimasto fedele a questo insolito motivo. Il corpo nudo di Arno interagisce, in immagini di straordinaria suggestione formale, con ambienti naturali: laghi, deserti, canyons, montagne, fiumi e distese di ghiaccio che alludono a un tempo primordiale: quando Uomo, capace di forza e resistenza fisica, e Natura sapevano sfidarsi, confrontarsi e convivere.

Liu Bolin è un artista multidisciplinare cinese nato nel 1973. Da sempre si occupa di fotografia prediligendo esclusivamente il ritratto. La svolta della carriera avvenne nel 2005 a Pechino, quando a causa dell’organizzazione delle Olimpiadi del 2008, il governo cinese decise di demolire lo storico quartiere Suo Jia Cun in cui, oltre a lui, vivevano tra l’altro molti artisti e trasferirlo a decine di chilometri per far spazio ad uno residenziale più moderno.

Da quel momento Liu iniziò a lavorare sul concetto di mimetismo e trasparenza per protestare contro la scarsa considerazione nei confronti degli artisti, facendosi fotografare in diverse zone della città dopo essersi fatto truccare in modo da risultare praticamente invisibile.

 

Lungo la linea dell’orizzonte tra cielo e mare che si toccano senza incontrarsi mai, da quarant’anni il corpo di Arno asseconda le linee di alberi, rocce, specchi d’acqua, sabbia, neve, quanto quelli di architetture urbane e umane, con autoritratti che dialogano con il paesaggio, in sorprendente sintonia con la natura (a partire dalla propria).Si parla di un’arte elegante ed esteticamente perfetta, di una visione del “paesaggio umano” oppure, scrostando la superficie delle sue immagini da quella stupefacente bellezza, si scopre un’ indagine sull’empatia del corpo nel paesaggio e di una ricerca  che mira all’universalità.

Il suo primo gesto creativo è la serie Hiding in the city (2005), tra i luoghi noti e segreti della Cina contemporanea all’indomani della rivoluzione culturale; il suo nascondersi diventa allora un grido di dolore soffocato, una sorta di elaborazione del lutto a fronte di una società cinese in rapido cambiamento. Il tentativo di Bolin è di individuare gli spazi tra libertà e controllo, l’espressione e il silenzio, l’individuo e la comunità, la presenza e l’invisibilità.

Bodyscapes in bianco e nero realizzati senza l’aiuto di abiti, o assistenti che guardando in camera diverrebbero i fotografi dello scatto, concedendosi nove secondi per entrare in scena o per liberarla dal meccanismo di scatto. Autoritratti poco concettuali e molto poetici che sottopongono il fotografo ai propri limiti e diversi rischi, mentre rimane sott’acqua, si sporge da un dirupo o resta sepolto sotto la neve gelida, lasciando emergere in superficie soltanto una mano, un braccio o una curva del corpo nudo, spogliato, liberato, come in una sorta di ritorno alla creazione. Questo perché il fotografo è raramente dietro l’obiettivo al momento dello scatto e vede quello che ha impresso solo quando sviluppa la pellicola, senza ricorrere ad alcuna manipolazione, anche una settimana, un mese, un anno dopo essere stato sepolto nella neve gelida, o tra le calde braccia di una donna, della moglie, del figlio.

Com’era naturale, nell’era della globalizzazione, il suo viaggio lo porta ben presto nel resto d’Europa e del mondo (Hiding in the rest of the world). Diverse le contaminazioni del fotografo cinese in Italia: Venezia, Verona, Pompei e Roma.

Gli sfondi scelti da Liu Bolin, siano essi monumenti o semplici muri, architetture, slogan politici o cabine del telefono sono dei muti significanti, il loro significato resta aperto. Ed è proprio questa apertura che permette all’atto di stare in piedi di fronte ad essi, “nascondendosi”in essi, di esser letto come un tentativo di dialogo tra la memoria storica e l’esperienza personale.

L’evolversi della carriera di Minkkinen nel tempo è sempre stata coerente con il suo stile, passando da autoritratti unicamente immersi nel paesaggio a inquadrature di interni e inserimenti di modelle, continuando il gioco surreale di inserirsi nell’immagine non come soggetto ma come complemento, parte integrante della composizione che si rafforza attraverso la propria presenza.

Pur producendo immagini per campagne pubblicitarie di famosi brand internazionali, Bolin è sempre molto attento ai problemi sociali. Non poteva passare quindi inosservata la situazione dei migranti, che ha costituito uno dei suoi lavori più profondi. Migranti spesso visti e considerati invisibili dall’opinione pubblica, questo non poteva sfuggire a Bolin che fa dell’invisibilità la sua cifra stilistica. Migrants quindi è il lavoro scaturito tra le barche utilizzate dai migranti, rappresentati nella loro totale invisibilità appena approdati sulle spiagge, all’interno della bandiera dell’Unione Europea, reclamando la loro identità.

                                                        LIBERE CONCLUSIONI

Entrambi gli autori utilizzano in maniera differente il loro corpo e la loro fotografia per inserirsi nel paesaggio: Minkkinen diventa parte integrante di esso, a volte confondendosi in esso, a volte stravolgendolo, ma compone sempre immagini di grande forza ed equilibrio. Utilizza il suo fisico sia come rappresentazione armoniosa del sé ma anche come architettura materiale.

Bolin si mimetizza perfettamente con l’ambiente circostante fino a diventarne parte, escludendosi quindi materialmente dal paesaggio. La fusione del corpo con l’area circostante attraverso un accurato body painting obbliga il fruitore a soffermarsi accuratamente alla ricerca dell’autore, ispezionando tutti i dati contenuti nell’immagine e traendone  propri significati.

Due autori straordinari, ognuno con uno stile personale opposto all’altro, ma che si completano a vicenda nell’assoluta originalità di ideazione e costruzione delle immagini. Entrambi utilizzano il loro corpo non solo come elemento raffigurante quanto come interazione con il paesaggio. Ritratti ambientati, paesaggi animati? Queste definizioni stanno forse un po’ strette, nel sempre delicato rapporto dell’Uomo con lo spazio circostante.

Gabriele Bartoli
Animatore Culturale FIAF

Lettore della Fotografia FIAF

Fonte: Agorà di Cult