//PER LA TANGENTE – a cura del Colletivo VERONA OFF

PER LA TANGENTE – a cura del Colletivo VERONA OFF

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Cronache Di Cult

 

 

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Alessandro Marchi

 

 

PER LA TANGENTE

progetto fotografico del  Colletivo VERONA OFF

 

“Per la tangente” è un’esplorazione fotografica collettiva sul paesaggio peri-urbano che si estende attorno alla città di Verona e ai comuni limitrofi, in un ambito che non ha rigidi confini amministrativi ma piuttosto una correlazione con i territori abitualmente vissuti, percorsi e “percepiti” dagli autori.

La scelta di non delimitare esattamente il territorio di indagine è volutamente legata alla consapevolezza di un comune denominatore che unisce questi luoghi, o paradossalmente alla mancanza di caratteristiche identitarie precise che possano differenziarli.

Si tratta del paesaggio delle frange peri-urbane di una città dispersa come è definita, urbanisticamente, Verona.

Queste aree, contrariamente  alle periferie di città compatte, con quartieri ad assetto urbanistico tipico, sono zone in cui insediamenti urbani, pezzi di campagna, aree “naturali” incolte o dedicate a verde pubblico, infrastrutture, attività produttive attive o residuali, vie di comunicazione, si mescolano in un intreccio confuso ed imprevedibile.

Questa “terra di mezzo”, tessuto connettivo interstiziale che si dirama e si fonde con quello di zone vicine , rappresenta la “periferia diffusa” che costituisce, più della cosiddetta “città diffusa”, la vera realtà territoriale di una parte importante della pianura padana.

Contrapposizioni classiche come città/campagna o centro/periferia perdono qui il loro significato originario e viene messo in crisi il concetto stesso di paesaggio che viene a rappresentarsi nel segno del caos, della frammentazione e dell’omologazione.

All’inevitabile senso di “spaesamento” derivato dalla perdita dei caratteri identitari di luoghi ormai intercambiabili, subentra anche il rischio di una acquiescente accettazione, di una passiva dipendenza ad un modello di vita standardizzato e globalizzato, che indirizza,verso nuove ed artificiose realtà, l’immaginario collettivo.

E’ proprio da questa crisi di trasformazione del paesaggio che deriva l’interesse per una fotografia che voglia analizzare questi eventi e cercare di ricomporre la frattura che si è creata tra ciò che ha determinato questi cambiamenti e chi li vive quotidianamente.

La multi-autorialità del progetto fotografico può costituire una chiave interpretativa che permetta la moltiplicazione dei punti di vista e delle strategie di visione finalizzate ad un’azione di tipo conoscitivo od impressionistico, su un paesaggio tipicamente provvisorio e indeterminato, più che ad una descrizione documentaristica di un fenomeno già compiuto.

Mauro Previdi

 

 

Mauro Previdi

 

 

Stare sui confini.

Come già provocatoriamente domandava André Corboz alla metà degli anni Novanta siamo ancora sicuri di aver chiaro cosa sia la città contemporanea? Il racconto che la identifica con il suo centro (storico), spesso per contrapposizione ad una generica periferia o ad un’idea estetizzata di campagna, per l’autore rivelerebbe una sorta di falsa coscienza. L’interpretazione dei paesaggi urbani contemporanei richiederebbe piuttosto uno sguardo più critico e meno autocompiaciuto, capace di andare oltre alle narrative lineari e consolidate. 

Nel racconto della città andrebbero inclusi anche i quartieri industriali e operai, le opere di ingegneria civile, e aggiornando la lista rispetto alle specificità della città diffusa della pianura padana potremmo includere anche i luoghi del divertimento, della produzione, del consumo, le infrastrutture. Questi, seppure spazi apparentemente anonimi e marginali, sono stati e restano altrettanti “momenti essenziali e testimoni vigorosi del processo urbano”, raccontando del costante farsi e disfarsi della città. Di quest’ultima allora emergerebbe piuttosto la natura di palinsesto complesso che si addensa e si dilata in maniera non lineare, che si diffonde o si interrompe lungo linee di confine mobili e negli spazi interstiziali delle vicine campagne urbanizzate. 

Dare visibilità alle varie dimensioni e interconnessioni di un territorio avvicinandolo attraverso uno sguardo che permette di mostrarne le ferite, le fratture è ciò che si propone il progetto collettivo fotografico “Per la Tangente” di Verona OFF.

I nove fotografi coinvolti nel dar vita a un’esplorazione fotografica collettiva su un territorio interstiziale tra la città di Verona e i comuni limitrofi attivano uno sguardo che vuole “raccontare storie vicine al proprio vivere quotidiano”, come dichiarano nella presentazione del percorso.

Il progetto continua l’esplorazione del territorio urbano affrontata anche in lavori precedenti – come Periferika – dove già emergeva un interesse non tanto per una narrazione di territori certi e marcati quanto per i luoghi dai confini sfumati, porosi, dove il limite tra città e campagna non è più distinguibile e la presenza umana è percepita anche nella sua assenza. 

Se per un verso le immagini sono frutto di una continua ricerca nel territorio veronese, per un altro, privilegiando squarci di territorio che scivolano nell’anonimato, si dilatano nel raccontare una storia più ampia. L’esperienza quotidiana dell’abitare questa “città di città”, che ridisegna costantemente la propria geografia attraverso centralità emergenti e spazi dell’attraversamento, accomuna quasi tutti noi. In essa e attraverso essa si moltiplicano o vengono limitate le nostre traiettorie, desideri, possibilità di incontro; abbiamo imparato a riconoscerne le forme e le funzioni ma sempre più spesso in maniera frammentata e discontinua, provando talvolta un senso di spaesamento. Anche se la attraversiamo quotidianamente raramente abbiamo la possibilità di entrare dentro ed osservare da vicino questo paesaggio che si declina in confini impliciti e spazi esplicitamente inaccessibili; percepiamo in questi luoghi una certa aria di famiglia pur condividendo l’esperienza di un’osservazione da lontano, che si realizza in maniera tangenziale e sempre più distaccata. Come ricordava una studente durante la presentazione in aula del progetto fotografico, ci si può riconoscere nelle immagini pur non avendo familiarità con questi luoghi perché esse rimandano ai tanti scorci di territorio che accompagnano coloro che quotidianamente attraversano in treno la pianura padana. 

Il racconto di questa ricerca visiva mostra da parte dei fotografi di Verona OFF una sensibilità che produce foto narranti. Osservati dall’interno, attraverso un concreto atto di engagement, questi luoghi vengono sottratti tanto a categorizzazioni semplificate e riduttive, quanto a tentazioni globaliste per cui luoghi simili producono o riflettono ovunque identici tipi di relazioni. A antropologhe e antropologi ciò parla di una ricerca di campo che si esercita nella prossimità, di un percorso di entrate e uscite che racconta la difficoltà, ma al contempo la fertilità, di una postura che sta sui confini, adottando un angolo visuale che permette un ascolto attivo e uno sguardo riposizionato. 

L’abitare va oltre il semplice occupare uno spazio, pertanto riconoscere e, possibilmente, ricomporre i frammenti dei nostri paesaggi quotidiani diventa quindi necessario per ristabilire la relazione fondamentale tra abitanti e luoghi. Compresi in una narrazione ampia e a più voci, anche gli spazi “altri” della città, come le tangenziali del progetto fotografico, sono capaci di raccontare il modo in cui il fondamentale atto del costruire va oltre la ragione tecnica, dando forma attraverso il paesaggio a valori sociali e culturali.  In tempi di antropocene questo progetto assume un significato ancora più rilevante perché lascia trasparire un’idea di paesaggio non come contorno, che cerca di andare oltre al dualismo natura/cultura, e da cui è quindi assente la pretesa di stabilire una gerarchia tra umani e non umani. Mettendo al centro la fragilità dei territori le immagini sottolineano la necessità di coltivare una più profonda coscienza dell’abitare. 

Se la sensibilità condivisa nel raccontare il territorio e gli spazi tangenti alla città accomuna il lavoro dei nove fotografi, la multi-autorialità del progetto si arricchisce negli incroci di sguardi dei singoli partecipanti e trova riscontro anche in questo testo volutamente pensato e scritto a più mani, proprio per mantenere la stessa dimensione collettiva e relazionale.

Accogliere la mostra negli spazi dell’Università e in particolare al Polo Zanotto, luogo di ricerca e didattica, rientra tra i progetti di Public Engagement che l’Università di  Verona, e nello specifico il Dipartimento di Culture e Civiltà, promuove sul territorio.

Prof.sa Anna Paini     Dott.sa Valentina Bonello

 

 

Gabriele Migliaccio

 

 

La fotografia come conoscenza ed espressione artistica.

Può essere utile la fotografia applicata alle modificazioni del proprio territorio?

Data la natura concreta del tema, rispondere a questa domanda è un modo per introdurre alla lettura del progetto fotografico “Per la Tangente”, ideato e realizzato dall’Associazione Verona OFF, che è un collettivo di fotografi costituitosi anche con l’intento di rivolgere la propria pratica fotografica verso le dinamiche in atto sul territorio veronese. “Per la Tangente” è il terzo progetto da loro realizzato, dopo “Presente passante” del 2014 e “Periferika” del 2016; entrambi con tematiche rivolte a vari aspetti della vita contemporanea di Verona, conclusi con mostra e pubblicazione del catalogo delle opere.

Il concetto di utilità è relativo alla mentalità dominante nella società industriale e postindustriale nella quale viviamo che ha come imperativo l’efficienza in ogni aspetto della vita, in particolare nell’economia. Nell’epoca della globalizzazione è sempre più difficile rendere sostenibili sia le economie delle imprese che le conquiste sociali raggiunte nel secolo scorso. Le attività industriali e commerciali hanno un ruolo fondamentale nel produrre le risorse economiche necessarie al mantenimento degli stili di vita e dei servizi faticosamente conquistati; un ruolo di peso imparagonabile alle potenzialità delle attività agricole, anche se oggi queste ultime hanno saputo valorizzare la biodiversità della nostra penisola e avviare degli importanti piani di innovazione e sviluppo sotto ogni aspetto della gestione delle aziende agricole.

In questo scenario di complessa dinamica economica, il territorio è al centro delle trasformazioni, sia da un punto di vista della viabilità urbana che dell’utilizzo del suolo. Inevitabilmente l’impatto sul paesaggio è enorme, e restiamo colpiti nel vederlo sconvolto con la sparizione dei campi coltivati o incolti, delle strade bianche, dei casolari e in genere dei segni storici della Civiltà Contadina. Viviamo una modernità incalzante: la vita del singolo è ritmata dagli smartphone, che con le “app” ormai investono anche i rapporti con le Istituzioni e i servizi; i social dietro la maschera della libera condivisione sono il principale canale di diffusione del nuovo consumismo dell’e-commerce. Le nostre antiche città sono soffocate da un crescente traffico di autoveicoli, necessari ad ognuno per svolgere le proprie attività, in risposta a ciò le vie di comunicazione progressivamente vengono ampliate e sono realizzate anche le tangenziali. L’uomo che vive in questo complesso di forti trasformazioni, soffre… di un disagio materiale e spirituale. C’è chi reagisce al disagio interiore cercando di ritrovare il senso della realtà; con questa nuova realtà.

 

 

La fotografia è molto utile nel rapportarsi con le cose perché il suo esercizio impone la “conoscenza diretta” del reale. La conoscenza direttaè quella che l’uomo acquisisce quando si pone fisicamente a contatto col mondo, e vive un’esperienza personale che investe tutte le sue facoltà, sensoriali e mentali. Con la conoscenza diretta, una persona esercita la libertà dell’interpretazione soggettiva della realtà e prova quelle emozioni che formano la memoria del proprio vissuto. La fotografia permette a chi la pratica di comporre immagini che rappresentano la visione soggettiva del soggetto, dando così compimento ad un personale processo di significazione della realtà. Da queste riflessioni si evince che la domanda iniziale trova già una prima risposta affermativa: fotografare le modificazioni del proprio territorio è utile al fotografo nell’acquisire una conoscenza direttadella propria realtà. La fotografia però, non si esaurisce col fotografare: per compiersi chiede di essere condivisa a livello collettivo. In questa ultima fase si aprono gli scenari molteplici che pone il processo di comunicazione.

Desidero ricordare che la fotografia è il primo dei media visivi; oggi invasivi nella vita sociale. Essa ha donato al mondo l’”immagine tecnica”: un’immagine non più realizzata da mano umana, ma bensì con un processo tecnologico. Ma a ben guardare, l’immagine tecnica non è solo questo! Essa ha innovato il significato delle immagini con un nuovo segno rivoluzionario: il “legame impronta”. Infatti il soggetto per apparire nella fotografia deve essere posto davanti all’obiettivo che lo ritrae, per lasciare così la propria “impronta” sul materiale sensibile, con quel fascio di luce che penetra nella fotocamera all’apertura dell’otturatore. È un’impronta che, come un calco, ha la perfetta somiglianza col soggetto. Grazie a questo specifico segno le fotografie sono diventate un potentissimo mezzo per diffondere conoscenza, anche grazie all’ingenuo stereotipo: fotografia uguale a realtà.

 

Flavio Castellani

 

Va chiarito subito che le fotografie non sono la realtà! Anche se sono prodotte dall’impronta luminosa del soggetto, sono solo la sua rappresentazione iconica ideata dal fotografo. È per questo che se la tecnica fotografica non può mentire, il fotografo certamente si! Il tema del rapporto tra fotografia e verità è un argomento intrigante, per la duplice natura della fotografia: essere impronta fisica del reale e insieme un’interpretazione della realtà stessa compiuta dal fotografo. Grazie alla perfetta somiglianza, l’immagine fotografica comunica con un linguaggio figurato connaturale alla realtà, per questo potenzialmente ingannevole. Per queste sue specificità essa è un’immagine che può essere interpretata secondo tre verità: la verità ontologica (delle cose), la verità logica, la verità morale. Semplificando: la fotografia mostra degli “stati di cose”[1]che sono determinati dal punto di ripresa e dal momento dello scatto. Essa, in tal modo, stabilisce delle relazioni di senso tra quelle cose ritratte e in base alla struttura della composizione sono determinati gli elementi di senso che portano a interpretarne il significato, o i significati, in termini logici e morali. L’immagine fotografica, con la sua immaterialità, si presenta innocua, come accade nella finzione, mentre in realtà pone in essere dei processi silenti di formazione dell’uomo, dalle conseguenze molto importanti.

L’immagine fotografica è un messaggio particolarmente penetrante perché, come la realtà, parla ai sensi; non è un codice, come la parola, che per essere assimilato richiede l’atto volontario della lettura. La fotografia è un messaggio che penetra fulmineamente, come un accadimento: basta uno sguardo perché questo raggiunga anche la sfera intima della persona, influenzandone il comportamento. La fotografia offre una “conoscenza indiretta”, perché chi la guarda è posto a contatto con una “visione mediata” della realtà, mediata dalle scelte compiute dal fotografo. La conoscenza indirettaconseguita con le immagini, si acquisisce rapidamente a basso costo e permette di assimilare una quantità sconfinata di informazioni. Dalla seconda metà del ‘900, l’ampio utilizzo della comunicazione per immagini nei mass media, ha portato a livello sociale la conoscenza indiretta: ciò ha prodotto la rapida e silente formazione della nuova Società Postmoderna, quella in cui oggi viviamo spesso ancora inconsapevolmente.

 

Marco Favali

 

Ora consapevoli del complesso gioco della comunicazione posto in atto dalla fotografia, possiamo rispondere che può essere utile la fotografia applicata alle modificazioni del proprio territorio, a patto che sia capace di sfuggire alla “narcosi iconica”[2]della conoscenza indiretta,grazie alla capacità di risvegliare la reazione soggettiva del lettore. Ciò può avvenire se si leggono i portfolio fotografici degli autori, qui presentati, con l’attenzione che richiede l’opera d’arte. Portfolio, è un termine che definisce un’opera che compone il suo senso grazie alla coerenza tematica e poetica tra le numerose immagini che la compongono.

Ciò che dà forza al portfolio è il seguente concetto: una sola immagine rappresenta un’idea, un insieme coerente di immagini rappresenta un pensiero. Il fotografo statunitense Robert Adams alla domanda – Cos’è l’Arte?- rispose: “Fondamentalmente è il tentativo, nato da un’amorosa attenzione al mondo, di trovare una metafora capace di redimerlo. In ultima analisi, il dono dell’arte è quell’unità di coerenza, significato, risultato capace di dare piacere”[3].

Per un collettivo di nove fotografi affrontare un “tema dato” è un’operazione complessa, perché quel tema inevitabilmente deve diventare per ognuno di loro un “tema personale”. Ciò è semplice per chi l’ha proposto, mentre per gli altri l’affrontarlo comporta l’avvio di un percorso interiore di conoscenza e attivazione del proprio immaginario creativo. Il tema “Per la Tangente”, richiede al fotografo di porre l’attenzione concreta verso l’ampio territorio di sviluppo urbanistico della città di Verona, e mettere in atto una coraggiosa revisione dei propri stereotipi, che inevitabilmente ognuno forma nella sua vita sociale. Lo scenario ambientale non è quello tipico del bel paesaggio italiano, ma uno spazio vuoto di senso di un territorio dai molteplici volti e in rapida trasformazione. Il fotografo si trova di fronte alla realtà artificiale e provvisoria di un enorme cantiere che si dilata all’inverosimile: sterrando i campi; costruendo vie di comunicazione di ogni tipo; accatastando attrezzature, materiali da costruzione e rottami che allo sguardo trasmettono il senso del caos.

 

Silvano Zago

 

Di certo il primo impatto provato dal fotografo è il richiamo dell’”oggetto trovato”, di influenza surrealista, che lo attrae col fascino dovuto al “non senso”. L’attrazione nell’affrontare la rappresentazione del non sensonon è di oggi, già nel 1980 Roland Barthes scriveva in una lettera aperta a Michelangelo Antonioni: “assottigliare il senso fino a sottrarlo è dunque un’attività politica seconda, come lo è ogni sforzo che tende a sbriciolare, a turbare, a disfare il fanatismo del senso”[4]. Come spesso succede, l’arte anticipa la spiritualità della nuova umanità che sta nascendo, il ‘900 ha avuto i suoi profeti non sempre ascoltati e compresi. Di fatto il sentito delle avanguardie del secolo scorso, oggi è diffuso a livello di massa anche se in modo inconsapevole; lo dimostrano i complessi mondi interiori e i comportamenti spesso sorprendenti che notiamo attorno e dentro di noi stessi.

L’atto fotografico può essere dettato dalla mente o dall’intuizione, entrambi sono processi creativi validi per realizzare fotografie. Il mondo contemporaneo pretende dall’autore la precisa consapevolezza di ciò che significa la sua opera. Questa pretesa è un modo sbagliato nel porsi di fronte all’arte, perché il fotografo ha già espresso il suo messaggio realizzando le fotografie; chiedergli anche la parola che lo spiega, spesso si blocca la lettura del mistero che può essere rappresentato nelle immagini.  Susan Sontag affermava: “Ho l’impressione che il pensare sia una forma di sentimento e sentire sia una forma di pensiero”[5]. La fenomenologia della fotografia contemporanea mostra che ci sono opere che si leggono con la logica, altre con i sensi e altre ancora con entrambi; pertanto è così, con questa elasticità mentale, che va letto questo libro.

 

Ignazio Sfragara

 

 

Il territorio di riferimento offre al fotografo una vasta gamma di ambientazioni, tipica delle realtà in radicale trasformazione. Nel processo di maturazione dal “tema dato” al “tema personale”, ognuno dei nove fotografi ha scelto di fotografare un solo aspetto di questo ampio scenario. In questo modo ogni autore ha mostrato dei tratti della propria soggettività nel dare espressione all’urgenza sentita scegliendo determinati aspetti tematici, piuttosto che altri. Anche in questo progetto si constata la sorprendente e misteriosa diversità tra un’opera e l’altra, nonostante che siano riprese nello stesso territorio. Questo è il segno della individuale libertà espressiva che ha animato il collettivo nel realizzare il progetto. Infine per agevolare una sintetica lettura di ogni opera, pongo in evidenza i concept dei nove portfolio, raggruppandoli per analogie tematiche:

  • L’irruzione violenta della modernità

Gabriele Migliaccio.

Documenta i campi violati dai cantieri della tangenziale. Il centro abitato, il campo coltivato, l’orto, fanno da sfondo all’irruzione operata dal cantiere nel mondo della tradizione, sconvolgendo gli equilibri ambientali raggiunti in secoli.

Silvano Zago.

Racconta i segni della violenta azione della modernità nella vita contemporanea e della trasformazione del suolo. Si legge un sentimento sofferto davanti all’incuria, al degrado e alla finzione invasiva simboleggiata dall’immagine delle palme nella luce crepuscolare.

  • La realtà provvisoria e invasiva del cantiere

Flavio Castellani.

Con una visione frontale, egli ricerca l’armonia estetica con una composizione perfettamente controllata nelle prospettive con l’uso di un obiettivo decentrabile. Inoltre si manifesta sensibile ai segni del comportamento umano. Prevalentemente inquadra centralmente il suo soggetto, conferendogli in tal modo un’aura solenne, qualunque sia la sua natura.

  • La tangenziale già compiuta

Alessandro Marchi.

Con l’adozione in ripresa di un tempo lento d’esposizione, egli ci pone di fronte all’efficace effetto di mosso applicato al paesaggio. In queste immagini, dalla visione emozionale, le forme perdono i contorni, i flussi tonali riconfigurano l’aspetto della realtà: cancellando informazioni e livellando ogni cosa al suo freddo simbolo.

  • I quartieri finiti e le attività

Marco Favali.

Autore sensibile interprete della finzione posta in atto nei nonluoghi della postmodernità. Nell’immobilità del tempo sospeso, gli esterni del supermercato diventano il teatro in cui si consumano le ritualità stereotipate del consumismo.

Mauro Previdi

Ci conduce in una narrazione che mostra i segni di una nuova realtà nascente in attesa di ricevere senso. Il suo è lo sguardo nei nonluoghi deserti di quartieri anonimi, volto alla rappresentazione dei contrasti di una modernità usurata in continua gestazione che eleva, come  totem, strutture scheletriche che attendono le immagini del consumismo.

Ignazio Sfragara

Ci svela le atmosfere dense di creatività della bottega d’arte, con un percorso narrativo che ci mostra il mondo operoso e accessorio che sta dietro alla realizzazione concreta dell’opera d’arte. Con raffinato gioco degli archetipi della rappresentazione, egli ci mostra i segni del lavoro artistico e le calde atmosfere in cui viene compiuto.

  • Le aree vuote adiacenti alla tangenziale

Denis Giusti

Ci comunica una visione lirica del suolo sconvolto dalle trasformazioni in atto e dall’abbandono. Con lo straniamento del B/N, le immagini pongono al centro quel tratto dominante che, con la mediazione dell’ambiente, compone metafore tendenti a comunicare spaesamento.

Marco Sempreboni

Realizza immagini B/N con sguardo rivelatore e dalla armoniosa composizione, in cui la realtà ci appare dal tempo sospeso. Viene condotta la ricerca spaziale dell’ossimoro, in cui il perturbante dovuto al lieve disordine, destabilizza l’armonia estetica delle geometrie degli elementi ambientali.

 

Marco Sempreboni

 

Il progetto “Per la Tangente”, per i contenuti che ha prodotto, è un valido complesso di visioni per richiamare l’attenzione verso la realtà veronese e avviare la riflessione sugli orientamenti di sviluppo intrapresi e da intraprendere. La fotografia esprime lo sguardo del singolo fotografo ma una volta diventata concreta immagine, diventa stimolo per sollecitare lo sguardo collettivo di chi vorrà porsi con attenzione a leggere l’intreccio intrigante delle cose, segni, simboli che le immagini pongono tra loro in relazione simbolica. Io ritengo che questo libro sia uno stimolo non solo per chi vive a Verona, perché sono evidenti le analogie tematiche con le altre città italiane alle prese con i problemi della postmodernità.

Silvano Bicocchi

 

[1]Per una filosofia della fotografia – Vilém Flusser, Ed. Bruno Mondadori

[2]Gli strumenti del comunicare, Mass media e società moderna – Marshall McLuhan, Ed. NET

[3]Lungo i fiumi – Robert Adams – Ed. Itaca ULTREYA

[4]Orazione ufficiale di Roland Barthes in occasione della consegna da parte del sindaco di Bologna prof. Renato Zangheri dell’”Archiginnasio d’oro”, il prestigioso premio della città a Michelangelo Antonioni, febbraio 1980.

[5]Odio sentirmi una vittima – Susan Sontag, intervista di Jonathan Cott – Ed. Saggiatore

 









 

Sono pubblicate una foto per autore, il libro è disponibile presso Verona OFF.

Fonte: Agorà di Cult